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3 visitatori online| Il regime della morte |
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| Scritto da redazione |
| Sabato 07 Febbraio 2009 22:45 |
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Un tempo lo Stato con la esse maiuscola era come il vicario temporale di Dio, con potere di vita e di morte sui suoi sudditi. Oggi lo stato con la esse minuscola non è neppure capace di tenere in vita una sua cittadina. Il governo ha cercato onestamente di fare la sua parte, anche all'ultimo minuto. Ma la sua buona volontà si è infranta contro una muraglia altissima, sorretta dai mattoni della cultura della morte. Alla fine il presidente della Repubblica ha rigettato il decreto «salva-vita» del governo poiché «incostituzionale» - messa così pare che il diritto alla vita abbia limiti addirittura costituzionali. Ecco il regime della morte: aggirare la maggioranza democratica per imporre una volontà politica opposta. Il contrasto tra decreto e verdetto, tra politica e magistratura è stato sorpassato dal preventivato rifiuto del Quirinale. A prescindere dai dubbi amletici del presidente della Camera, la vicenda del decreto respinto ha creato un precedente istituzionale da vero presidenzialismo. Ma quando il presidenzialismo è di sinistra, nessuno fa scattare l'emergenza democratica. Uno dei pochi benefici di questa tragedia umana è di aver palesato la distinzione tra le forze che lavorano per conciliare le esigenze della vita e della dignità e quelle forze che antepongono il libero arbitrio. Per paradosso è la sinistra che difende la libertà di morte e lo fa anche a costo di produrre strappi istituzionali o di delegare ai giudici la scelta dei confini tra vita e morte. Come sempre in Italia, anche questa era una situazione d'emergenza. Ma è mancata la spinta a superare la sindrome della crisi e della disperazione. Come sempre in Italia, alla fine ognuno è stato colto di sorpresa, non era competente a decidere, non poteva alienarsi gli umori popolari e bisognava comunque aspettare l'approvazione della legge sul testamento biologico. La vita, e soprattutto la morte di Eluana assomigliano tristemente a quei casi che finiscono schiacciati nelle rotelle guaste dei grandi ingranaggi. Eluana la cavia, Eluana il caso di cronaca, Eluana il motivo dello scontro politico. Ma di Eluana come essere vivente non importava molto. Meglio Eluana morta che viva. La sua condanna a morte era già stata scritta. Si può ancora parlare dei valori dell'Occidente oppure questa civiltà si è incamminata verso il tramonto? Ci sarebbe da dibattere se la fiaccola della civilizzazione passi anche per la cultura della morte o se la liberalizzazione della morte clinica è un indebolimento della nostra identità. Resta una certezza: la vita è un po' meno di un valore assoluto e un po' di più proprietà privata del singolo. La vita è un bene ma in un senso molto patrimoniale ed edonistico. La vita è mia e la gestisco io, anche al punto da interromperla qualora il dolore o il degrado della vita superino una certa soglia. Ma chi decide, chi traccia il confine tra una vita normale e una vita subnormale? Oggi la guerra civile su Eluana finisce con tante incertezze. Ma quanti rimorsi domani. Neppure la tanto invocata legge sul testamento biologico potrà sciogliere magicamente questi nodi. In questo finale drammatico non manca niente: magistrati, politici, giornali, opinione pubblica, chiesa, semplici cittadini. E' mancato l'unico elemento la cui forza avrebbe potuto cambiare qualcosa negli animi, piuttosto che nella realtà: la speranza.
di Gabriele Cazzulini |








