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2 visitatori online| La cura di Micromega |
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| Scritto da redazione |
| Venerdì 09 Febbraio 2007 01:00 |
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Da E' Vita. L'ultimo numero di Micromega è dedicato in buona parte all’eutanasia. Si apre, nella prima pagina, con una celebre frase del filosofo ed economista liberale John Stuart Mill: «Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente, l’individuo è sovrano». Una dichiarazione importantissima, che ci ricorda l’alleanza strategica, sempre rinnovata, tra l’individualismo materialista e utilitarista del pensiero liberista e il materialismo collettivista dei socialisti. Entrambi, da due secoli, alleati nella battaglia per la disgregazione della persona umana, ridotta semplicemente a ego, individuo, «un atomo nello spazio e un attimo nel tempo», nel liberismo, e a massa indistinta, senza volto e senz’anima, nel socialismo. Io – vuole dire Stuart Mill, anticipando il celebre slogan «l’utero è mio e lo gestisco io» – sono mio, mio è il mio corpo, mia la mia vita, mia la sovranità sulla mia esistenza: l’io, però, ridotto a proprietà privata, perde la sua caratteristica di persona, cioè di io in relazione con gli altri, e dimentica la sua vocazione alla solidarietà, il suo essere unico e irripetibile, ma appartenente al genere umano; «Separato – come scriveva Donoso Cortes – dagli altri per ciò che lo costituisce come individuo e unito con gli altri attraverso quello che lo costituisce individuo di una specie... soggetto a una responsabilità che gli è propria e a un’altra che gli è comune con tutti gli altri uomini».
Solo dopo aver capito questo concetto, questa riduzione dell’uomo a proprietà di se stesso, all’io-mio che si fa dio, si può capire la lunga prefazione al lettore, che compare su Micromega, in favore dell’eutanasia. In essa, infatti, dati i presupposti appena esposti, si arriva coerentemente a ribaltare il principio di carità, il concetto di solidarietà, la sostanza del nostro essere in relazione, chiamando «cura» il procedimento attraverso il quale il medico elimina il paziente che, disperato, chiede di morire. Nella prima pagina l’atto eutanasico del dottor Riccio nei confronti di Welby è definito per ben tre volte come «prendersi cura», mentre il suicidio «aiutato» diviene, ormai per convenzione, «assistito», allo stesso modo della fecondazione artificiale: sino alla conseguente affermazione secondo cui un medico che dovesse rifiutarsi di uccidere un malato che lo richiede, tralasciando così di prendersi «cura» di lui, di «assisterlo», dovrebbe essere considerato «sanzionabile per omissione». Ecco ribaltata, con pochi inganni lessicali e antropologici, una cultura millenaria di pietà, di solidarietà, di compassione, di vera cura per il malato. Ecco come invece coloro che propongono l’eutanasia, presentandosi come personaggi pietosi, tolleranti, liberali e comprensivi, finiscono poi per condannare, per invocare l’intervento del magistrato nei confronti di quei medici che preferissero veramente curare, e non si sentissero di porre fine con le proprie mani, drasticamente, alla vita di un altro uomo!
Infatti, continua Santosuosso – dimenticando di spiegarci che così si apre la strada, come in Olanda, al suicidio dei depressi e dei tristi –, allo stesso modo in cui oggi si può abortire, o cambiare sesso, o ricorrere alla fecondazione artificiale, o subire operazioni di chirurgia plastica per motivi psichici, ugualmente sarebbe lecito esigere dalla collettività e dal medico l’atto eutanasico di chi abbia appunto problemi psichici (non ben identificati, e potenzialmente illimitati). Se infatti l’eutanasia è «cura», la non eutanasia diventa «omissione di soccorso»! Fatto sta che l’idea sostenuta dai quattro è che la posizione della Chiesa in materia di eutanasia sia troppo dura, inutilmente dura. Per don Gallo, don Farinella, don Franzoni e don Antonelli, tale posizione appare inficiata da un certo «materialismo», perché concede eccessiva importanza al corpo di Welby, al suo essere ancora vivente, pulsante, pensante. È vero, fa parte della tradizione cattolica, della sua storia, il dare importanza al corpo, alla carne, a quell’involucro splendido in cui soffriamo e con cui compiamo ogni azione, buona o cattiva. È da questa visione, così criticata dagli gnostici e dagli spiritualisti di ogni tempo, che sono nati gli ospedali, gli orfanatrofi, gli ordini religiosi dediti ai malati, ai lebbrosi, ai poveri: sono nati san Camillo de Lellis, san Vincenzo de Paoli, san Giuseppe Cottolengo... le sette opere di misericordia corporale accanto alle sette di misericordia spirituale. Don Gallo dice anche di diffidare «dalle precisazioni, dai distinguo senza cuore». Il fatto è che accanto al sentimento abbiamo la ragione, accanto alla compassione per il povero Welby abbiamo la capacità di capire che aprire mediaticamente e poi giuridicamente la porta all’eutanasia ci porterà a breve, come in Olanda o Svizzera o nell’Oregon, a dover accettare anche l’eutanasia per i depressi, per i bambini, decisa magari solo dai medici, contro il volere dei genitori. Se questo non fosse successo, e non succedesse ogni giorno, in molte parti del mondo, forse la ragione non servirebbe, e basterebbe il sentimento. La realtà è che «il medico pietoso fa la piaga cancerosa»: così una Chiesa che dimentica la verità dell’uomo, e la sacrifica in nome di una presunta misericordia apparente, non fa il bene dell’uomo, ma riapre il vaso di Pandora. |








